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La raccolta delle spugne di Kalymnos: la triste storia dei palombari

Questo è un articolo molto diverso dal solito, perchè non parla di un aspetto tecnico legato al trasferimento, nè di scadenze da ricordare, ma racconta una storia vera: la storia triste dei palombari e della loro raccolta delle spugne di Kalymnos.

Questo prezioso e autentico racconto che non troverai da altre parti sul web, è frutto della vita di Nicola trascorsa negli ultimi mesi sull’isola. Da pensionato italiano, ma soprattutto appassionato dell’isola che frequenta da diversi anni, si è integrato perfettamente con la popolazione locale tanto da aver fatto amicizia con il palombaro Antonis Kampourakis (a sinistra in foto) che gli ha raccontato la sua storia…

Cliccando invece il pulsante qui sotto, puoi leggere la testimonianza che lo stesso Nicola ci ha lasciato qualche settimana fa in merito al trasferimento in Grecia con la pensione lorda.
spugne di kalymnos

Sono sull’isola che ha dato i natali al palombaro cacciatore di spugne: l’isola di Kalymnos.

Il palombaro è una figura mitica che mi ha affascinato sin da piccolo, solleticando la mia fantasia e l’amore per il mare.

Ma la realtà attorno a questa figura, attorno a questo lavoro è fatta di umiltà e di duro impegno, di estenuanti lotte contro il mare spesso in tempesta. Di sacrificio. Di tragedie. Queste persone sostenevano l’economia dell’isola e delle loro famiglie, con il loro lavoro di palombaro. Letteralmente.

Le isole del Dodecaneso, che oggi si mantengono essenzialmente grazie al turismo, in un passato non molto lontano, fino agli anni ’70, affidavano il sostentamento dei loro abitanti soprattutto alla raccolta di spugne nei fondali di tutto il Mediterraneo e alla loro lavorazione. La manutenzione delle barche usate per questo scopo, nei cantieri che sorgevano nei porti, era l’unica alternativa di lavoro.

Le “Achtarmas“, così chiamate, erano scafi di legno usati per la raccolta delle spugne di Kalymnos. Non erano molto grandi, circa 12 metri, erano caratterizzate da un piccolo albero per la vela, un motore diesel e un compressore per le immersioni e si spingevano fino alle coste della Sardegna, di Ustica, della Sicilia e della Libia per viaggi che duravano fino a sei mesi.

L’equipaggio era formato spesso da cinque uomini: tre marinai e due palombari che si alternavano nella discesa a caccia di spugne. Il loro lavoro, dopo l’immersione, li vedeva impegnati nella prima pulizia delle spugne e nei lavori di bordo. Era necessaria una buona dose di spirito di sacrificio sia nella vita che a bordo, a causa degli spazi ristretti e di una totale assenza di riservatezza.

Ma il vero problema era ciò che comportava l’immersione e gli effetti delle malattie da decompressione: l’embolia gassosa.

Senza dilungarmi in troppe spiegazioni tecniche riguardo l’immersione, si basti pensare che le conoscenze relative a questa “disciplina” erano carenti e venivano lasciate al singolo le tecniche da adottare durante la risalita dal fondale.

Purtroppo, spesso, ciò non evitava di contrarre l’embolia.

La formazione di bolle di azoto che formavano l’embolo erano infatti molto spesso letali ed i problemi più gravi venivano frequentemente riportati alle articolazioni, le più colpite da questo problema.

Nell’aggirarmi nei locali di Kalymnos, ho spesso osservato foto di quel tempo, di persone ritratte con il bastone: giovani uomini aiutati nella deambulazione da bambini, con tutta probabilità i loro figli.

Destini segnati da una vita in cui il dolore nel tentare di muoversi non ti abbandona mai e ti accompagna in ogni movimento. Mancavano totalmente cure mediche che potessero attenuare il dolore, neanche cure palliative, ma che sarebbero state sicuramente d’aiuto per la salute psicologica di queste persone.

È per me di forte impatto emotivo assistere alle danze attorno alla musica creata per loro, gli “embolizzati”: chiamata “The dance of the Mechanic“.

Musiche e danze che accompagnavano le feste di paese che si radunava letteralmente attorno a loro, nel tentativo di alleviare un po’ di dolore e renderli felici per qualche istante.

Mi è d’istinto vicina la figura di questi personaggi.

Solo alcuni di loro hanno fatto fortuna, come Antonis Kampourakis (in foto a sinistra), 80 anni, di cui più di quaranta trascorsi come palombaro e cacciatore di spugne di Kalymnos anche in apnea.

Lo incontro a bordo della sua piccola “Achtarmas”, sulla quale offre in vendita spugne pescate anche da lui, lungo il molo del porto di Pothia, capoluogo dell’isola. Il mio vivo interesse e curiosità su come si svolgeva il suo lavoro viene soddisfatto con risposte precise, tradotte affettuosamente dal nipote Philipas, che con pazienza, traduce le mie domande. Si immerge ancora, Antonis. Raggiunge ancora i 30 metri in apnea, come usava fare durante le sue giornate di lavoro.

Per me, amante del mare, delle immersioni, del profumo del sale, è incredibile. Mi racconta della sua vita, certo con orgoglio, ma non trovo traccia di vanto né di supponenza mentre mi parla.

Dice molto di quest’uomo, almeno a me, la sua semplicità disarmante, il suo sorriso franco, le sue fattezze offerte all’artista che ha creato le statue dedicate al Palombaro Cercatore di Spugne, che possono essere ammirate l’una lungo i moli del porto di Pothia, l’altra all’interno del piccolo aeroporto dell’isola.

Perché lui, uomo di mare, lo è per davvero.

– scritto da Nicola Cifaldi

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